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                                    Don Carlo Cafasso



Quel 5 luglio, tra le 224 persone radunate oltre il ponte della ferrovia, tenute in ostaggio contro eventuali azioni partigiane c'era anche il parroco di Farigliano, Don Carlo Cafasso, tornato due anni prima dal confino. Questo è l'episodio che  lo portò all'esilio. 
Nel settembre 1940, il canonico, scrisse questo trafiletto sul bollettino parrocchiale riguardo a soldati italiani di stanza nell’oratorio: “Appena si saprà che non verranno più soldati a Farigliano , si farà un’accurata pulizia e disinfezione dei locali e poi si riaprirà l’Oratorio estivo. Per essere certi bisognerebbe che venisse presto la pace! Che il Signore benedica e dia il trionfo alle nostre armi! Che i soldati non tornino più tra noi ad insegnare la modestia alle ragazze e ad alleggerire ai contadini le fatiche delle vendemmia, come Alessandro Manzoni diceva dei Lanzichenecchi”.
Il Ministro degli Esteri trovò offensivo per l’esercito italiano il trafiletto e chiese la soppressione della pubblicazione e provvedimenti nei confronti del responsabile del mensile, cioè Don Carlo Cafasso. Il parroco cercò di difendersi e nel caso di questo trafiletto, si trattava, secondo egli: “ non di un giudizio proprio ma di una frase notissima di un grande scrittore, di una frase arguta e bonaria, che viene riportata per accennare a due difetti comunemente attribuiti alle truppe di ogni tempo e di ogni luogo”. Quindi negò che suo
proposito fosse quello di offendere l’esercito:"...se si esamina tutta la mia vita pubblica, credo non si possa trovare una mancanza qualunque o una parola meno riguardosa verso l’Esercito e le Autorità costituite. E anzi fu mio studio costante di inculcare nei miei Parrocchiani il massimo rispetto alle Autorità, l’obbedienza alle leggi...”.
Intervenne anche il Vescovo di Mondovì, Briacca, che scrisse al prefetto di Cuneo per sottoporgli “l’increscioso caso” del parroco di Farigliano, “sacerdote e cittadino di vita intemerata, Parroco fra i più distinti e più benemeriti della Diocesi, affezionatissimo al suo popolo...”.
Mise al corrente anche il cardinale Maglione, segretario di stato, della “triste storia provocata dall’infelice trafiletto” ed aggiunse “Il Rev.mo Don Cafasso, uomo di grande pietà, è rassegnato e tranquillo e non sa spiegarsi lo scalpore fatto per un imprudente [sic] e infelice si, ma scherzosa e bonaria reminiscenza letteraria circa difetti da tutti ammessi. E’ uno dei migliori parroci...”
Nonostante l'intervento del Vescovo, il 7 ottobre di quello stesso anno, il sacerdote venne allontanato dalla parrocchia, relegato a domicilio coatto presso i gesuiti del collegio S.Tommaso di Cuneo e deferito alla Commissione Provinciale di Confino. Questa, il 29 ottobre lo condannò ad un anno di confino a San Demetrio nei Vestini (L'Aquila).[1]


Alcuni parroci di quel periodo, tra cui don Cafasso e don Bongiovanni, parroco di Naviante.
In alto da sinistra: don Musizzano, Parroco di Magliano - don Ballauri - don Bongiovanni, parroco di Naviante - Mons.Giovanni Dadone, Arcivescovo di Santa Severina - don Neri, parroco di Castello (Dogliani) - don Belli, viceparroco del Borgo (Dogliani) - don Degioannini, rettore di San Quirico (Dogliani).
In basso da sinistra: don Nallino, parroco di Bonvicino - don Messuerotti, parroco di Belvedere - don Cafasso, parroco di Farigliano - don Delpodio, parroco del Borgo (Dogliani) - don Gabetti, Cappellano e Confessore - don Peira, Cappellano e Confessore



Note
1  Mario Casella, “Stato e Chiesa, 1938-1944”, 2006, pag. 293-294 

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